San Casciano dei Bagni
La presenza delle sorgenti termali ha da sempre catalizzato la presenza umana in
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questo territorio. Con gli etruschi prende il via il primo organico sviluppo insediativo.
La tradizione, riportata anche dal fiorentino Domenico Maria Manni, a cavallo tra
il XVII e XVIII secolo, vuole che sia stato il Lucumone di Chiusi Porsenna a fondare
le prime strutture per favorire l'uso delle acque termali. Nascono così quelli che
in epoca romana saranno conosciuti come Fonti Clusinii.
L’espansione romana, nei secoli successivi, portò alla scomparsa degli etruschi,
ed all’inizio della decadenza delle città come Chiusi, questo non interessò San
Casciano, che continuò ad essere apprezzato per le sue ricchezze termali anche dai
Romani. La particolare posizione geografica di San Casciano, che lo colloca lungo
la direttrice che dal nord Italia e dall’Europa conduce a Roma, ha nei secoli favorito
il suo sviluppo e ne ha facilitato il raggiungimento da parte di coloro che si affidavano
alle proprietà curative delle sua acque. Dapprima il territorio di San Casciano
era lambito, a est, dal percorso della Via Cassia, una delle arterie viarie più
importanti del mondo romano, e questo ne favorì la presenza di molti illustri personaggi,
particolarmente della Roma imperiale.
I romani, veri cultori delle terme, si affidarono in modo massiccio alle proprietà
curative di queste acque. L'affluenza a queste sorgenti di moltissimi cittadini
romani è testimoniata dalle numerose lapidi che da secoli affiorano nella campagna
attorno San Casciano, tra tutte si erge quella di Triaria, la moglie dell'imperatore
Vitellio.
Anche Ottaviano Augusto si curò in questi Fonti secondo quanto si apprende dalle
opere di Orazio ed altri scrittori classici. La vitalità di questo centro è testimoniata
anche dalla precoce penetrazione del cristianesimo, già nel IV-V secolo esisteva
in San Casciano una pieve intitolata a S. Maria “ad Balneo”.
Le invasioni barbariche e le lotte fra longobardi e bizantini ridussero l'importanza
di San Casciano, provocando un notevole decremento della popolazione. Il nuovo millennio
vide quindi un San Casciano ridotto sia dal punto di vista della popolazione, sia
da quello urbanistico, posto sotto il dominio feudale dei Visconti di Campiglia
e stretto tra i diritti dell'Abbazia di San Salvatore, una delle più potenti della
Toscana del tempo, e l'antica Diocesi di Chiusi. È questo il periodo nel quale si
hanno le prime notizie scritte su San Casciano: nel 995 quando il marchese Ugo di
Toscana dona all'Abbazia di San Salvatore la "Curtis (de) Bagno", come poi confermeranno
gli imperatori Ottone III ed Enrico II, altre notizie sono datate 1014, 1020, 1067,
1075 e riguardano tutte la pieve di S.Maria, nel 1191 ancora la pieve è menzionata
in una Bolla del pontefice Celestino III, nel 1226 Federico II conferma ai Visconti
di Campiglia il possesso dei castelli di San Casciano e Fighine.
Ancora una volta era la vicinanza ad una grande strada la fonte di sviluppo e di
promozione delle Terme sancascianesi, infatti la Via Cassia aveva perso la sua importanza
durante le guerre fra bizantini e longobardi, che proprio in queste zone si fronteggiavano,
nel perugino i bizantini dell’esarcato, nel senese i longobardi, e furono proprio
questi ultimi a deviare l’antica consolare più all’interno dei loro domini, nacque
così la Via Francigena, la quale passava a pochi chilometri ad ovest di San Casciano.
Il continuo affluire di gente da tutta Europa per curarsi alle Terme di San Casciano
fu ostacolato ma non impedito dalla plurisecolare lotta fra i Comuni di Siena ed
Orvieto per il possesso di questi territori, aggravata dai contrasti ideologici
fra ghibellini, i primi, e guelfi, i secondi.
I Visconti di Campiglia, signori anche di San Casciano, che certamente non potevano
contrastare la supremazia militare e politica dei due Comuni, erano costretti a
schierarsi ora con l'uno, ora con l'altro, a seconda dei momenti e delle necessità.
In un primo periodo furono accesi sostenitori dei ghibellini, tanto da ottenere
da Federico Barbarossa il privilegio della sua protezione, poi a partire dal 10
settembre 1215 presero le parti dei guelfi ed in particolare sotto il dominio di
Pepo, furono apertamente ostili a Siena, in appoggio ad Orvieto e Firenze, ed insieme
a questi furono coinvolti nella tremenda e sanguinosa sconfitta di Montaperti (4
settembre 1260), dove il potente esercito guelfo fu praticamente annientato dai
senesi. La svolta più importante si ebbe intorno alla prima metà del XIV secolo
quando la famiglia dei Visconti di Campiglia si divise in due rami, uno rimase a
Campiglia ed entrò nell’ambito dell’influenza senese, l’altro si trasferì a San
Casciano e grazie ad una politica di matrimoni si legò al ramo della Cervara della
famiglia Monaldeschi di Orvieto. Il ruolo di San Casciano nell’ambito della lunga
guerra civile orvietana, combattuta tra i rami della Cervara e della Vipera della
famiglia Monaldeschi, non fu assolutamente marginale, ed anzi, soprattutto con Monaldo
Visconti, l’ultimo signore di San Casciano, in campo militare sono da registrare
importanti successi delle truppe sancascianesi ai danni dei partigiani della famiglia
dei Monaldeschi della Vipera nei territori settentrionali dello stato orvietano.
A dimostrare l’elevata importanza e considerazione raggiunta da Monaldo è la sua
elezione a Podestà di Firenze nel 1389. Nonostante l’attivo impegno nelle vicende
orvietane Monaldo iniziò una politica di riavvicinamento a Siena, dapprima con gli
accordi del 1383 e 1386 e poi con la definitiva sottomissione il 15 giugno 1412.
Il 3 maggio del 1443 Monaldo morì e suo figlio Giovanni rinunciò a tutti i diritti
che la sua famiglia vantava su San Casciano e Fighine, e così la famiglia Visconti
uscì per sempre dalla storia sancascianese. Nonostante la protezione da parte dei
senesi San Casciano rimaneva esposto ai pericoli della guerra, in particolar modo
per essere una terra di confine. Nel 1455 i sancascianesi ebbero il loro da fare
nel respingere l'assalto dell'esercito del capitano di ventura Niccolò Piccinino,
mentre nel 1495 subirono il saccheggio da parte delle truppe di Vitellozzo Vitelli.
Sull'eco dei contrasti tra francesi e spagnoli, la prima metà del XVI secolo fu
caratterizzata da continue guerre che in particolar modo devastarono tutta la zona
del confine meridionale dello Stato senese, fino a raggiungere il culmine nel 1553-55
con la caduta di Siena nelle mani dell'esercito imperiale-mediceo. A questi terribili
anni si sommarono gli altri, dal 1555 al 1559, dell'eroica resistenza degli esuli
senesi della Repubblica di Siena Ritirata in Montalcino, al fianco dei quali si
schierò anche San Casciano fino al 5 agosto 1559, quando il Pubblico Consiglio deliberò
di giurare fedeltà al Duca di Firenze Cosimo. Con la conquista di Siena Cosimo poté
fondare il Granducato di Toscana, all'interno del quale San Casciano poteva contare
sull'appoggio e la protezione di uno dei suoi più illustri cittadini: Aurelio Manni,
che schieratosi subito dalla parte di Cosimo durante la guerra, da questo ricevé
numerosi onori e cariche, fra le quali quella di Auditore Fiscale di Firenze, unico
cittadino dello stato senese ad averla mai ricoperta. La ritrovata tranquillità
e pace che garantiva il Granducato al suo interno favorì la ripresa delle Terme
di San Casciano, le quali videro nei secoli XVII e XVIII il ritorno all'antico splendore.
Moltissima gente da ogni parte d'Italia e d'Europa si affidava alle sorgenti di
San Casciano per curare le più disparate malattie. La presenza di importanti rappresentanti
della nobiltà italiana ed europea ebbe come conseguenza quella di arricchire San
Casciano dal punto di vista architettonico, in questo periodo si abbelliscono le
facciate delle case con portali, cornici ed architravi in travertino, finemente
scolpiti. Il Granduca Ferdinando I fa realizzare, nel 1607, sul luogo dove affiora
la sorgente della Ficoncella, un Portico a testimonianza della fama che queste acque
avevano raggiunto.
La chiesa parrocchiale che si trova ad ospitare sempre più spesso alti prelati viene
elevata al rango di Insigne Collegiata nel 1618, e da questi viene continuamente
arricchita di arredi e reliquie. La presenza granducale si rinnova il 24 ottobre
1769 quando Pietro Leopoldo d'Asburgo Lorena visita San Casciano rimanendo colpito
dalla quantità e dal calore delle acque termali, e tornato a Firenze stanziò 21.000
lire per finanziare la realizzazione della strada di collegamento con la Via Romana.
Sempre Pietro Leopoldo nel 1777 riunì le comunità di Celle, Fighine, Camporsevoli
e Le Piazze a San Casciano (le ultime due verranno poi poste sotto Cetona).
Sul finire del XVIII secolo San Casciano si avvia ad una progressiva decadenza dovuta
alla crisi delle terme che non riuscendo ad adeguarsi ad i nuovi standard del settore.
IL XIX secolo si apre all’insegna dell’intenso periodo napoleonico, a seguito dell'incorporazione
della Toscana nell'Impero Francese di Napoleone, quindi il periodo della Restaurazione,
con il ritorno sotto il Granducato di Toscana, ed infine, dopo il risultato del
plebiscito dell’11 e 12 marzo 1860, San Casciano e tutta la Toscana entrarono a
far parte del Regno d’Italia.
Celle sul Rigo
Come San Casciano, anche Celle fece parte dei possedimenti dei Visconti di Campiglia,
continua
ma a differenza del centro termale e del castello di Fighine non rimase sotto il
controllo dell’antica famiglia feudale, bensì già dalla fine del XIV secolo entrò
a far parte dei possedimenti della famiglia senese dei Salimbeni e, soprattutto
con Cione di Sandro Salimbeni, si trovò più volte in aperte ostilità con Siena.
Il 23 marzo del 1384 Cione riuscì a recuperare Celle ed ottenne da Siena la concessione
di poter riedificare le mura e la rocca. Nel 1404 Cocco Salimbeni, figlio di Cione,
si dichiarò suddito di Siena, ma la pace che si sperava tardò ad arrivare per via
della conquista di Celle da parte di Nanni Piccolomini, anch’egli membro della nobiltà
senese. Solo il 14 marzo del 1418 Celle entrò definitivamente a far parte della
Repubblica Senese venendo inserito nella giuridiszione del Podestà di San Casciano.
Come tutti i castelli della zona si mantenne fedele a Siena fino al 5 agosto 1559
quando anche l’ultimo baluardo di libertà rappresentato dalla Repubblica Senese
Ritirata a Montalcino capitolò di fronte alle preponderanti forze imperiali e medicee.
Ad impreziosire la storia di Celle fu senz’altro il soggiorno del poeta Giosuè Carducci
che qui seguì il padre Michele nella sua professione di Medico. Il 3 aprile 1851
il Comune di San Casciano dei Bagni affidò l'incarico di medico per Celle sul Rigo
a Michele Carducci. Il 26 luglio 1854 il Carducci rassegnò le proprie dimissioni
a causa di continui contrasti con il Gonfaloniere, ma continuò ancora fino al dicembre
1855 a prestare la propria opera a Celle dove l'intera popolazione gli si era affezionata.
Fighine
L’origine di questo borgo è sconosciuta, alcuni ipotizzano un legame fra il nome
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di Fighine e quello di figuline, localizzandovi delle fabbriche di queste tegole
utilizzate nelle coperture degli edifici etruschi.
Più verosimile è l’ipotesi che il suo sviluppo sia legato al controllo ed alla difesa
della Via Cassia, che nel periodo romano passava, nel tratto compreso fra le città
di Chiusi ed Orvieto, nella vallata sottostante Fighine, lambendo Palazzone. Un
ulteriore ruolo difensivo Fighine doveva rivestirlo anche nel successivo periodo
longobardo, quando l’antico tracciato romano della Cassia aveva sì perso la sua
importanza in questo estremo lembo di Val di Chiana, ma nei suoi pressi si era stabilizzato
il confine fra il Regno Longobardo e l’Esarcato bizantino, trasformando Fighine
in un avamposto difensivo dei nuovi dominatori barbari. Al disgregarsi del dominio
longobardo sotto i colpi dei franchi di Carlo Magno, l’antico Ducato di Chiusi,
del quale Fighine ne faceva parte, fu suddiviso in feudi affidati a famiglie di
origine salica. Fighine, insieme a San Casciano e Celle entrò a far parte dei possedimenti
dei Visconti di Campiglia. In particolare, durante la dominazione dei Visconti,
Fighine e San Casciano sono accomunati dalle stesse vicende storico politiche, sviluppando
così un profondo legame di amicizia fra le due comunità che, se si escludono alcuni
diverbi nel XVI secolo per questioni di confine, vedrà addirittura l’abolizione
delle barriere doganali per un “commercio libero e scambievole ... con franchigia
pure scambievole di potersi estrarre di qui [San Casciano] il grano, che vi raccolgono
essi fighinesi annualmente nelle sementi che vi fanno e di là per servizio di questo
Popolo il vino senza impedimento alcuno di gabella e di altro e grano anco che si
raccoglie di là et altra che possi bisognare a’ una parte e l’altra”. Dal XIV secolo
la famiglia Visconti si divise in due rami, uno rimase a Campiglia nell’orbita senese,
l’altro si insediò a San Casciano legandosi ad Orvieto. Fighine faceva naturalmente
parte dei possedimenti di questi ultimi, divenendo quindi anch’essa parte del dominio
orvietano, pagando alla città di Orvieto, il 14 agosto di ogni anno un cero di 26
libbre come censo annuale. Nel 1300, in occasione del primo Giubileo Fighine, insieme
ad Orvieto, San Casciano ed altri castelli, inviò trenta soldati per guardia e sicurezza
di Roma e del Papa Bonifacio VIII. Durante la guerra civile in Orvieto i Visconti
di San Casciano, e quindi anche di Fighine, si schierano con i Monaldeschi della
Cervara, in virtù del matrimonio fra Camilla Visconti e Corrado Monaldeschi. Durante
la guerra, al tempo del governo di Giovanni de’ Prefetti di Vico, Fighine, insieme
a Camporsevoli, vide rase al suolo le proprie mura. Lo stesso Monaldo, signore di
San Casciano, fu costretto a riconquistare Fighine due volte, nel 1392, togliendola
a Gian Tedesco, e nel 1394, dopodiché la affidò a Bolognino Boccatorta, un luogotenente
del suo esercito. Il riavvicinamento di Monaldo a Siena, culminato con la sottomissione
di San Casciano a Siena del giugno 1412, favorì la successiva rinuncia, il 3 maggio
1443, di suo figlio Giovanni a tutti i diritti che i Visconti vantavano su Fighine
e San Casciano a favore della Repubblica di Siena.
Intanto Fighine, era stata conquistata nel 1396 da Paolo Orsini, il quale la vendette
al Pontefice per 200 fiorini, e questi la donò a Corrado e Luca Monaldeschi. Nel
1440 Baldaccio d’Anghiari, capitano di ventura, dopo aver occupato Chiusi prese
anche Fighine, da qui, organizzato un esercito, si mosse alla volta di Suvereto,
prendendola di sorpresa e rilasciandola solo dietro il pagamento di 9000 fiorini
da parte dello Stato di Piombino. Dopo aver tentato invano di riconquistare nuovamente
la stessa Suvereto, Baldaccio fu, con un pretesto, chiamato a Firenze dove fu assassinato.
I senesi, saputo della sua morte, inviarono il proprio esercito a Fighine, e ricevendo
dai rappresentanti della Comunità la richiesta di sottomissione (2 ottobre 1441).
Inoltre i senesi favorirono il ripopolamento di Fighine, a guisa di colonia, in
quanto le continue guerre e devastazione ne avevano ridotto notevolmente la popolazione.
Nel 1451 le truppe pontificie occuparono Fighine fino al 21 aprile 1464, quando
il papa Pio II, della famiglia senese dei Piccolomini, concesse Fighine in vicariato
perpetuo a Siena. Il 19 maggio dello stesso anno la Comunità di Fighine rinnovò
la sottomissione a Siena, e quest’ultima, riconoscendo la devozione dei fighinesi,
confermò tutti i privilegi ed esenzioni precedentemente riconosciutigli. Nel 1465
papa Paolo II, succeduto a Pio II, pretese la restituzione di Fighine, ma i senesi
riuscirono a convincerlo della fondatezza delle loro ragioni, così il 27 febbraio
1467 Messer Binda, per la Repubblica di Siena, e Giacomo Donato, per la Chiesa,
fissarono i rispettivi confini della Terra di Fighine.
Il definitivo passaggio di Fighine a Siena consentì l’ultimazione dei lavori di
costruzione del Cassero di Fighine che erano iniziati nel 1446 sotto la direzione
di Bartolomeo di Biagio de Stinis. Dalle relazioni ed i capitolati di appalto possiamo
quindi rilevare come il cassero voluto dai senesi avesse pianta quadrangolare, delimitato
ai vertici dalla torre vecchia (quella quadrangolare, adattata alle nuove esigenze
militari grazie alla realizzazione del confesso o contrafforte ed alla riparazione
dei merli e dei beccatelli), dalla torre maestra, dalla torre mezza tonda e dalla
torre detta “saracinesca”, quest’ultima anche se non nominata nei documenti sopra
riportati è documentata in altri successivi e probabilmente proteggeva l’ingresso
del cassero. Fu inoltre sbassato un rilievo di terra sulla parte occidentale, in
quanto esso costituiva l’unico reale pericolo per un attacco con artiglierie. Ultimati
i lavori di costruzione del castello, Fighine conobbe un breve periodo di pace,
fino a quando non subì, di riflesso, le guerre generate dal più generale scontro
fra spagnoli e francesi. Infatti i primi decenni del XVI secolo videro questo territorio
sottoposto alle scorrerie degli eserciti di Renzo da Ceri, dei Baglioni, dei Vitelli
e del Duca d’Urbino Francesco Maria della Rovere, proprio quest’ultimo provocò seri
danni a Fighine, tanto che da Siena furono concesse, come risarcimento, numerose
esenzioni e immunità ai fighinesi. Con l’approssimarsi dello scontro finale fra
Siena e Firenze (guerra del 1553-1555 e resistenza degli esuli senesi di Montalcino
1555-1559) a Fighine si raggiunge il culmine delle difficoltà dovute alla guerra
a causa delle ingenti spese di mantenimento delle truppe. Con la caduta di Siena,
21 aprile 1555, si apre una nuova fase del conflitto, i senesi muovono verso la
val d’Orcia e creano la Repubblica Senese Ritirata in Montalcino, tentando un ulteriore
difesa, in attesa di un illusorio massiccio intervento della Francia in loro sostegno.
Fighine, nonostante i problemi finanziari derivati dalla guerra, si schiera con
gli esuli di Montalcino.
Con la resa anche di Montalcino finisce l’indipendenza dell’antica Repubblica di
Siena ed anche Fighine, il 5 agosto 1559, delibera di inviare il proprio pievano,
il sancascianese Pietro Paolo Priori, a giurare fedeltà a Cosimo, che di lì a poco
sarà nominato Granduca di Toscana. L’evento più importante accaduto a Fighine durante
il periodo granducale è la riduzione a feudo del Marchese Angelo del Bufalo, investitura
fatta dal Granduca Ferdinando I nel 1606. Con la promulgazione, da parte del Granduca
Pietro Leopoldo, della Legge del 2 giugno 1777, con la quale riuniva le comunità
di Celle, Fighine, Camporsevoli e Le Piazze a quella di San Casciano. Agli inizi
del XIX secolo i Marchesi del Bufalo cedettero le loro proprietà in Fighine alla
famiglia Bologna. Il Gherardini, nella sua relazione al Granduca, riporta due personaggi
importanti nativi di Fighine : Messer Baldo di Fino, deputato sopra i negozi di
Lombardia del re di Francia nell’anno 1297, ed il pievano Zampo, nominato Vescovo
di Sovana nell’anno 1302.
Palazzone
Deve forse la sua nascita al fatto di trovarsi su uno dei percorsi secondari della
continua
Cassia Romana nel suo tratto Orvieto–Chiusi, divenendo una sorta di propagazione
commerciale del sovrastante castello di Fighine. Il toponomino Stabbiano (stabulum),
unito a quelli di Villa San Pellegrino e Palazzone che si ritrovano in un placito
del marchese Gotofredo, lasciano ipotizzare gli elementi caratteristici di una stazione
di posta. Alla possibilità di una sosta si unì ben presto anche quella degli scambi
commerciali, come testimoniano le disposizioni dei primi del XVI secolo circa il
mercato tenuto a Palazzone della comunità di Fighine. La mancanza di uno sviluppo
insediativo unitario ha ritardato il riconoscimento di Palazzone quale comunità
autonoma, anche da punto di vista religioso la dignità parrocchiale venne concessa,
sommando i nuclei del Sasso, di Stabbiano di Sopra, di Stabbiano di Sotto e della
Cupa, solo il 29 ottobre 1794.